Blog di fiabe

Se vuoi che tuo figlio sia intelligente, leggigli delle fiabe.
Se vuoi che sia più intelligente, leggigli più fiabe.

Albert Einstein

non è un classico blog

Contiene una raccolta di lavori espressivi svolti sotto la guida di Elisabeth Zoja.

Soprattutto fiabe e illustrazioni.

Prima di pubblicare qualunque lavoro, viene chiesto il consenso a ciascun partecipante.

caviardage di gruppo (2024)

Estia Sapia

La luce nell’ombra

Un sorriso illumina gli occhi, anche se al buio.

Matilde Picone

La paura era già entrata, insieme solo te, nostalgia. Non taceva oltre la finestra. Insieme, luce negli occhi

Lucrezia Rossi

A un passo dall’accettazione

Chiudere gli occhi e immaginarsi che quella donna si sentirebbe finalmente amata tra i monti sullo sfondo

Giulia Deleo

Vitalità multicolore

Immagino una storia, nel sole tiepido di aprile. La luce gioiosa di limoni, agavi, gelsomini e hibiscus: splendore, da allargare il respiro.

Camilla Lagomarsino

Lo sguardo che risplende

Gli occhi erano di una bellezza accecante, come una galassia di stelle.

Angel Caruso

Una libertà prigioniera

Scandalo o indignazione, profonda vergogna. Donne libere, abbastanza positive, altre per niente. Uomini con rimpianti, per ripagare debiti altrui

fiabe e illustrazioni

Rubino e Zaffiro

Maria Antonietta Fiocchi (2024)

 

Illustrazioni di Linda Agnetti

C’erano una volta una regina e un re che avevano due gemelle: una con occhi azzurri come zaffiri, l’altra rossi come il sangue, come i rubini. 

Le bambine giocavano insieme e andavano d’accordo, ma, un giorno, i genitori decisero di portare via Rubino visto che si era rivelata essere una bambina magica, infatti sin da piccola aveva dei poteri molto potenti, padroneggiava il fuoco e con un solo tocco poteva incendiare qualsiasi cosa. 

I genitori, temendo che potesse essere un pericolo, la portarono nel bosco, si recarono ad uno stregone chiedendogli di farle un incantesimo: doveva dimenticare da dove venisse e come si chiamasse. Lo stregone accettò e fu così che l’abbandonarono. Rubino crebbe dunque nel bosco, accolta da fate, elfi e tutti gli animali della foresta, che erano stregati dalla sua bellezza, ma soprattutto dalla sua potenza.

Zaffiro, non appena furono tornai, chiese ai genitori dove fosse Rubino. Le spiegarono che le mani di fuoco della sorella erano segno di un’orrenda malattia e che questa, dopo una lunga agonia, aveva causato la sua morte. Zaffiro pianse molto la usa gemella, ma cercò di crescere dimenticandosi di lei.

Rubino era una ragazza audace e forte, si faceva valere ed aveva uno spirito combattivo. Fu capace di crescere nel bosco tutta sola e al compimento dei diciotto anni, lo stregone che l’aveva vista crescere, decise di parlarle della sua vera identità. Le disse che lei era in realtà figlia del re e della regina, ma che essi l’avevano abbandonata in questo bosco. E le disse che aveva una gemella, che però, a quanto sapeva, era morta.

Rubino s’infuriò e decise di vendicarsi per l’atto così ignobile dei genitori. Si recò dunque al castello, e con i suoi poteri incendiò il regno, seminando il panico. Ci furono moltissimi morti, tra cui il re e la regina stessi. Zaffiro fu una delle poche che riuscirono a salvarsi dalle fiamme trovando rifugio in una casupola di un cacciatore. Addoloratissima per la morte dei genitori e la distruzione del regno, decise che avrebbe vendicato i suoi genitori uccidendo chi aveva appiccato il fuoco.

“Caro cacciatore dove posso trovare chi ha distrutto tutto ciò che avevo?” chiese Zaffiro. “Della donna di cui parli nessuno conosce il nome, ma noi del villaggio la chiamiamo La Cacciatrice, perché ogni essere che prova ad attaccare il villaggio, viene infilzato da una delle sue frecce. Abita la grande foresta d’argento, che dista tre giorni di cammino da qui,” rispose lui, le diede una mappa e le offrì ospitalità per la notte. L’indomani Zaffiro ringraziò l’uomo e all’alba si incamminò.

Il primo giorno raggiunse un fiume che interrompeva il suo cammino, sulla sponda c’era un traghettatore seduto su una barca. Indossava una tunica finemente ricamata d’argento, il suo viso era coperto da un cappuccio. E dalla tunica si intravedeva che non aveva sembianze umane: era uno scheletro senza carne, organi o pelle. Non appena scorse la ragazza, si voltò e la guardò dritto negli occhi.

“Se vuoi passare, la tua forza mi devi provare e del cinghiale dorato la testa mi dovrai portare,” disse con voce monotona e le indicò le orme dell’animale. Zaffiro si addentrò nel fitto bosco e incominciò a cercare l’animale. Dopo ore di cammino trovò il cinghiale che dormiva sotto un albero, estrasse la sua spada e infilzò l’animale tra le scapole, ma quest’ultimo si girò di scatto e le morse il braccio, da cui sgorgarono fiotti di sangue. In preda al dolore Zaffiro estrasse la spada dalla schiena del cinghiale e lo infilzò un’altra volta, nel petto, squarciandogli poi la pancia, il cinghiale emise un grido acuto e spirò. Zaffiro, esausta ma sollevata, gli mozzò la testa e la portò al traghettatore. “Ecco ciò che mi hai chiesto”, disse Zaffiro. Lui, senza proferire parola, prese la testa per una zanna e la poggiò sulla barca, poi fece cenno alla ragazza di salire e la traghettò sull’altra sponda.

Zaffiro, una volta sbarcata, si congedò con un inchino, poi riprese il suo cammino per il bosco. Quando il sole ormai stava calando, vide che il sentiero era ostruito da grossi rami d’argento. Lì seguì e arrivò dinanzi ad un grosso albero fatto di argento ed oro. Guardando bene il tronco, si poteva scorgere un volto dall’espressione molto seria. Al posto degli occhi aveva due rubini scintillanti. “Se per di qui vuoi passare, al mio indovinello una risposta dovrai dare: Chi, pur avendo una sola voce, da quadrupede si trasforma in bipede e poi tripede?” chiese il vecchio albero in tono solenne.

Zaffiro si sedette su una delle radici, e dopo averci riflettuto, rispose: “Dev’essere l’uomo! Quando è piccolo gattona, da grande cammina e da vecchio si aiuta con il bastone.” L’espressione severa dell’albero si fece più morbida e i rami si ritrassero lievemente, lasciando passare la fanciulla e facendole scorgere una parte di bosco interamente argentata. Dopo qualche ora di cammino, arrivò di fronte a un enorme cancello fatto di edera. A ciascun lato, si trovava un guardiano. Non avevano sembianze umane, il corpo, lungo più di due metri, era fatto di corteccia e da esso si estendevano dei grossi rami che tenevano delle lance. Fissarono la fanciulla con uno sguardo serio e duro. Non dissero nulla: non fecero indovinelli né chiesero ricompense per lasciarla passare.

Zaffiro, perplessa, chiese cortesemente: “Cari guardiani, ho bisogno di entrare nella dimora della Cacciatrice, per favore aprite le porte.” Inizialmente i guardiani non reagirono, lei pensava che l’avrebbero scacciata, poiché era una sconosciuta, ma a un certo punto scorse nel loro volto un lieve sorriso e vide che il portone fatto di edera si stava sciogliendo, aprendosi. Lei non entrò subito, fece per ringraziare i guardiani, che dissero, all’unisono: “Fanciulla, da migliaia di anni facciamo da guardia a queste mura e nessuno mai è ricorso alla semplice gentilezza per chiederci di passare. È una qualità che un vero cavaliere o abile comandante deve avere.”

Zaffiro entrò finalmente nel regno dove abitava la Cacciatrice, un luogo meraviglioso che pullulava di vita. Una volta giunto il tramonto, riuscì finalmente a trovarla.

“Tu! Colei che ha ucciso i miei genitori! Il Re e la Regina del regno dorato!” urlò Zaffiro furiosa. Rubino, che era intenta a nutrire un piccolo lupo, si voltò lentamente: “Ho un nome, sono Rubino, la Cacciatrice.” Poi si alzò e, senza distogliere lo sguardo da Zaffiro, iniziò a camminare verso di lei: “Avevo un motivo per uccidere i regnanti. Sono certa che se te lo dicessi, resteresti inorridita e avresti desiderio di ucciderli. Ma prima di dirtelo ho bisogno di conoscerti.” Chiese, cercando di mantenere un tono pacato, non intendeva combattere senza motivo. “Non importa chi sono!”, replicò Zaffiro, “non mi interessa il motivo! Ti sfido a duello e ti annienterò!” estrasse la spada, avanzò bruscamente e squarciò l’aria vicino alla gola della Cacciatrice, che con passo svelto indietreggiò.

“Ti ho dato una possibilità per conoscerci, per capire e tu non l’hai colta. Se desideri la morte, sono pronta,” disse decisa. In un movimento velocissimo, con ciascuna mano fece comparire una spada di fuoco che proveniva dalle sue stesse mani. Si avvicinò di scatto e provò ad infilzare Zaffiro, ma la giovane era lesta e forte con la spada e non si faceva intimidire dal fuoco. Continuarono a lottare per ora, fin quando Zaffiro si trovò nella morsa di Rubino, la Cacciatrice.

Rubino, tuttavia, non voleva ucciderla, poiché continuava a chiedersi chi fosse. Coi suoi occhi rossi come il sangue fissò quelli blu mare della fanciulla. Le mise la lama di fiamme alla gola, digrignò i denti e disse: “Basta con le menzogne! Chi sei?”

La fanciulla, sobbalzò e, cercando di tenere la lama di fuoco lontana dalla sua trachea rispose: “Zaffiro! Figlia del Re del regno dorato! E sono qui per vendicarlo!” urlò furiosa.

Rubino d’un tratto comprese, ricordò le parole del saggio, e abbassò la lama di fuoco, e iniziò a pronunciare il suo nome: “Zaffiro!” “Oh sorella mia, tu non sai cos-“ troppo tardi, Zaffiro le trafisse il ventre. Rubino, barcollando, indietreggiò cingendo il manico della spada conficcata nella pancia, da cui sgorgavano fiotti di sangue, “Zaffiro, sono io, Rubino! Non ti ricordi di me? Sono stata abbandonata dai nostri genitori!” gemette crollando a terra.

Zaffiro si congelò, divenne pallida come il sole d’inverno. “Rubino!? Oh! Come ho potuto non ricordare, non riconoscerti!” disse in lacrime e accorse a sostenere la sorella, accasciata in punto di morte. “Rubino! Oh cos’ho fatto!” urlò disperata mentre cercava di bloccare il flusso di sangue con il suo vestito.

“Mi puoi perdonare? Sarò dannata eternamente!” disse, stringendo forte a sé la sorella.

“No, non lo sarai. La colpa è stata dei nostri genitori. Almeno ci siamo viste, per un’ultima volta,” sussurrò Rubino esamine. Qualche istante dopo, smise di respirare e con lei crollò l’intero regno: gli alberi d’argento marcirono, il folto bosco si rinsecchì e tutte le creature spirarono.

Zaffiro, in preda alla disperazione, abbracciò forte la sorella, poi estrasse la spada e si trafisse il petto, accasciandosi accanto a lei. Il sangue delle fanciulle penetrò la terra e, proprio in quel punto crebbe un albero dorato con fiori di zaffiri e di rubini che con i suoi petali d’acqua e di fuoco, fece rifiorire la natura e gli animali del regno.

La leggenda dell’albero Verdeaura

Noemi Dapri (2024)

C’era una volta, ai piedi di una montagna, il villaggio Verdeaura, dove le piante erano rigogliose, il clima mite, i ruscelli chiari e l’acqua fresca. Tuttavia, gli abitanti erano sempre tristi. Al centro della piazza del villaggio c’era un maestoso ciliegio magico. Si diceva che esaudisse un desiderio ogni cento anni. Giunto il giorno, propizio la giovane Lilia, una ragazza povera e solitaria, si inginocchiò alle radici dell’albero e sussurrò con voce tremante: “Desidero che gli abitanti di Verdeaura siano finalmente felici”.

La terra tremò. Il vento divenne gelido. Un’ombra densa e serpentiforme si levò dalle radici dell’albero e assunse forma umana. Era il diavolo, avvolto in un mantello scuro come la notte. Il suo volto era affilato, gli occhi due tizzoni ardenti. Quando udì il desiderio di Lilia, capì che la sua anima era pura e desiderò portarla via con sé, ma proprio poiché era così pia e buona, non aveva alcun potere su di lei. Fu così che cercò di ingannarla: “Felicità eterna? Sciocchezze. La gente non sa come essere felice. Non fanno altro che desiderare quantità maggiori di qualcosa. Ma vediamo se riesci a dimostrare che mi sbaglio”. Si chinò e le disse: “Dovrai superare tre prove. Se le supererai, esaudirò il tuo desiderio. Ma se fallirai… Verdeaura cadrà per sempre nelle tenebre e la tua anima sarà mia”. Lilia sentì il cuore affondare nel petto, ma decise di accettare la sfida. Si strinsero la mano e Lilia cadde in un sonno profondo, mentre il mondo intorno a lei scompariva.

Si ritrovò in un enorme campo di fiori dorati. Al centro c’era una tavola imbandita con frutta succosa, dolci profumati e gioielli scintillanti. L’aria profumava di miele e spezie. Il diavolo era seduto a capotavola, appoggiato al braccio della sedia. “Perché ti tormenti con desideri disinteressati?”, chiese indicando il banchetto. “Non vuoi qualcosa per te stessa? Un gioiello, una vita libera dalle difficoltà? Un boccone succulento”. Lilia sentì la fame stringerle lo stomaco. Il desiderio di avere qualcosa di speciale per sé si insinuò in lei come un veleno. Ma poi si ricordò perché era qui. Scosse la testa e si allontanò. Il banchetto scomparve in una folata di vento.

Ora si trovava in un intricato labirinto di rovi scuri. L’aria era fredda e ogni ombra sembrava prendere vita. Il diavolo era nascosto dietro un cespuglio e produceva voci che sussurravano all’orecchio di Lilia: “Non ce la farai… Sei solo una bambina… Gli abitanti di Verdeaura non cambieranno mai davvero…”.

Lilia rabbrividì. I dubbi si insinuarono nel suo cuore, pesanti come pietre. Poi il diavolo apparve accanto a lei, camminando tra le spine “E se queste voci avessero ragione?”, sussurrò, “se davvero nessuno meritasse il tuo sacrificio? Se il tuo desiderio fosse solo un’illusione?”.

Lilia strinse i denti. Forse avrebbe dovuto credergli, pensò brevemente. Ma poi si ricordò degli abitanti di Verdeaura: i bambini che avrebbero voluto giocare, i mezzi sorrisi degli anziani, le famiglie tristi ma unite. In quell’istante alzò lo sguardo e vide un piccolo raggio di luce all’orizzonte. 

Seguì la luce e trovò l’uscita passo dopo passo. Il diavolo si fermò, piegò le braccia e la osservò con occhi freddi. 

Tentò una terza volta di convertirla al male. Il villaggio di Verdeaura apparve agli occhi di Lilia avvolto dalle tenebre. Le case erano in rovina, le strade deserte. Un’ombra la inghiottì lentamente, oscurando ogni colore. Il diavolo li aspettava sotto il ciliegio, con il suo mantello che si gonfiava come fumo.

“Ora arriva la prova finale”, sussurrò. “Vuoi davvero la felicità del villaggio? Allora rinuncia a tutti i tuoi desideri futuri. Dona la magia dell’albero… ma sappi che non avrai mai nulla per te”.

Le si avvicinò e le pose una mano sulla spalla. “Non vuoi neanche un po’ di felicità per te stessa?”. Lilia abbassò gli occhi. Il dubbio la pervadeva. Tutti avrebbero goduto della magia dell’albero… tranne lei. Si sarebbe sentita sola e infelice. “Allora, cosa scegli?”, le chiese il diavolo. 

Lilia fece un respiro profondo. Chiuse gli occhi. Poi sorrise. “Se la felicità affiora dalla condivisione, allora non sarà mai solo degli altri, o solo mia”. Il diavolo si impietrì. I suoi occhi brillarono di rabbia. “Sei una –” Ma prima che potesse dire un’altra parola, la terra attorno all’albero tremò. Le radici si sollevarono, la corteccia brillò d’oro e una luce accecante scaturì dal tronco. I petali si alzarono al vento e danzarono come fiamme. Il diavolo si contorse, urlando, e la terra si aprì in un abisso che lo inghiottì.

Lilia lentamente si destò sotto l’albero, i cui fiori si erano tinti di rosa. Il villaggio era pieno di luce e calore. Gli abitanti venivano verso di lei sereni. Fu così che il cuore le si colmò di gioia e vissero tutti felici e contenti.

La fanciulla e la lucciola

Matilde Picone (2024)

C’era una volta una fanciulla che viveva vicino a un bosco con la madre malata. Era molto triste e per molto tempo non sapeva come aiutare la madre. Nella foresta vivevano 12 piccoli scoiattoli, che però non erano mai stati visti. Ogni sera la madre raccontava alla fanciulla una leggenda sui poteri magici degli scoiattoli. Chiunque avesse preso e mangiato le loro ghiande d’oro sarebbe guarito. La fanciulla sognava di trovarle per salvare sua madre.

Una notte fece un sogno: vide una lunga strada davanti a sé e sentì una voce che continuava a chiedere aiuto, ma non capiva chi fosse.

La mattina dopo si svegliò improvvisamente e decise di percorrere il lungo sentiero che aveva visto in sogno. Sentiva che questo viaggio l’avrebbe in qualche modo aiutata.

Poco dopo incontrò una lucciola parlante e le raccontò il suo sogno. Ella rispose: “Era la voce di un principe buono che vive in un castello lontano. La madre del principe, una regina molto cattiva, ha rinchiuso i 12 scoiattoli nel suo castello per curare il figlio molto malato. La regina non vuole che il principe muoia perché lo usa ogni giorno per una danza magica. Questa danza la mantiene giovane e bella e i suoi poteri magici rimangono attivi. Il principe si sente sfruttato e vuole vendicarsi della regina, che lo ha rinchiuso nel castello”. 

La fanciulla decise di continuare la sua strada perché le dispiaceva per il principe. Sapeva che avrebbe potuto salvare anche sua madre se fosse riuscita a trovare le ghiande d’oro. La lucciola accompagnò la fanciulla fino al castello. Attraversarono un ponte e arrivarono a un cancello. Lì trovarono tre guardie che impedirono loro di entrare. 

La prima guardia diede alla fanciulla una busta e in essa trovò un biglietto in cui lesse un indovinello: “Cosa si alza silenziosamente ma sveglia tutti?”. La fanciulla ci pensò a lungo, ma non riuscì a trovare una risposta e pianse. Poi la lucciola la guardò negli occhi, le sorrise e le disse di guardare in alto. Allora la fanciulla capì: “il sole”, rispose.

Poi la seconda guardia diede alla fanciulla la seconda busta, lei la aprì e lesse il secondo indovinello: “Ha un letto, ma non ci dorme. Chi è?”. La fanciulla ci pensò a lungo, ma non trovò risposta e pianse. Allora la lucciola la guardò negli occhi, le sorrise e le disse di guardare sotto il ponte. Allora la fanciulla capì: “Il fiume”, rispose.

Poi la terza guardia diede alla fanciulla la terza busta, lei la aprì e lesse il terzo indovinello: “Chi porta il fuoco ma non si brucia mentre vola sopra le spighe di grano?”. Questa volta la fanciulla non ebbe dubbi e rispose: “La lucciola”. La lucciola sorrise e volò felice intorno a lei. Poi le guardie si misero ai lati del cancello e questo si aprì.

Con sua grande sorpresa, la fanciulla non trovò il principe, ma la regina cattiva. La lucciola volò immediatamente davanti al viso della regina e le illuminò gli occhi con la sua luce gialla. La regina strabuzzò gli occhi e lanciò un grido di dolore. Confusa, la regina seguì la luce, uscì dal castello e cadde nel fossato, dove annegò.

Poi la fanciulla percorse un lungo corridoio alla ricerca degli scoiattoli e la lucciola la seguì. Alla fine del corridoio, trovò un ingresso con una porta fatta di fuoco rosso. Attraverso la porta, la fanciulla intravide un barattolo di marmellata sigillato con tante ghiande dorate. “Finalmente! Eccole! Ma come faccio ad arrivare dall’altra parte senza bruciarmi?”. Fece un passo avanti, ma sentiva già il calore incandescente. Nella sua impotenza, scoppiò in lacrime. “Non piangere, cara fanciulla!”, disse la lucciola e volò attraverso la porta infuocata senza scottarsi. Lì mandò i suoi raggi di luce intorno al barattolo di marmellata, che si sollevò e tornò dalla fanciulla con esso.

La lucciola e la fanciulla uscirono felici dal castello, la fanciulla pianse di gioia e le sue lacrime caddero sulla lucciola. Questa, come per magia, fu avvolta da una luce bianca e si trasformò in un bellissimo principe. La fanciulla era molto sorpresa e chiese: “Chi sei?”.

Il principe le spiegò che era il figlio della regina cattiva. Lei gli aveva fatto un incantesimo e lo aveva rinchiuso in una stanza buia senza porte, finestre o specchi. Durante la notte, aveva gridato con tutte le sue forze per chiedere aiuto, ma nessuno gli aveva risposto. Poi aveva notato una strana luce e si era reso conto che quella luce proveniva dal proprio corpo: si era trasformato in una lucciola. Così era riuscito a fuggire dal castello attraverso una piccola fessura nel soffitto della sua stanza. Aveva passato tutta la notte a cercare qualcuno che potesse liberarlo dall’incantesimo. In quel momento, la fanciulla si rese conto che il suo viaggio aveva aiutato anche il principe, perché lo aveva liberato dall’incantesimo.

Così il principe tornò a casa con la fanciulla. Lì trovò sua madre e le diede le ghiande d’oro, in modo che guarisse. Poco dopo, la fanciulla e il principe tornarono al suo castello. Lì si sposarono e vissero per sempre felici e contenti.

Illustrazioni di Linda Agnetti

Safiria

Testo e illustrazioni di Linda Agnetti (2023)

C’era una volta una fanciulla orfana che viveva in una casetta di legno ai limiti di una radura. La radura si trovava alla fine di una piccola cittadina di campagna. Nessuno del paese conosceva i genitori naturali della bambina, poiché in una notte d’estate fu ritrovata nella piazza principale della cittadina. Era bellissima, aveva riccioli d’oro e occhi talmente puri e dolci da sembrare due zaffiri. Furono essi a impietosire gli abitanti della cittadina che decisero di prendersi cura della bambina e allevarla insieme. Da quel momento in poi tutti la chiamarono Safiria.

Quando fu abbastanza grandicella da vivere da sola, gli uomini del paese le costruirono una casetta. Le donne, invece, si occuparono di cucirle gli indumenti di cui aveva bisogno.

Fu così che andò a vivere nella casetta e trascorse gli anni a prestare servizio a tutte le famiglie della cittadina. Un giorno lavorava nei campi, un altro mungeva e un altro ancora filava… La fanciulla si nutriva di quello che le offriva ogni giorno la famiglia presso la quale lavorava. Crescendo aiutata da tutti, maturò un carattere immensamente buono, gentile e onesto. Era sempre pronta a prestare servizio a chi ne aveva bisogno e spesso ospitava nella sua dimora poveri e viandanti.

Così passarono quindici anni. Un giorno qualcuno bussò alla porta, la fanciulla andò ad aprire e trovò un vecchio signore con in braccio un’anatra. Il vecchio aveva una lunga barba bianca e moltissime rughe. Il suo volto mostrava la fatica e le sofferenze di un lungo viaggio. La ragazza lo accolse calorosamente perché nonostante l’aspetto misterioso, lei riuscì a percepire la bontà del suo animo. La fanciulla preparò per cena un piatto di fagioli con del pane e prima di andare a dormire, i due trascorsero un po’ di tempo insieme davanti al camino.

“Cara fanciulla dagli occhi immensamente buoni, non puoi nemmeno immaginare quant’è grande la mia felicità in questo momento, ho camminato ininterrottamente quindici anni per trovarti…Per mia grande fortuna, sono arrivato giusto in tempo per farti i miei più sentiti auguri per il tuo quindicesimo compleanno!”

“Gentile signore, chi sono io per renderla così felice e per essere l’oggetto di una ricerca durata così a lungo? E soprattutto come ha saputo che ho quindici anni, come fa a conoscermi?

“Oh, so moltissimo di te, più di chiunque al mondo… Sono stato l’amico più intimo e fidato dei tuoi genitori.”

La fanciulla rispose tremando: “Mi scusi… Io non ho genitori, gli abitanti di questa cittadina sono la mia unica grande famiglia.”

“Tu hai avuto i genitori, anche se non li ricordi… I tuoi genitori erano le persone più buone, umili, oneste e generose al mondo. Ma sfortunatamente toccò loro un destino crudele.”

La fanciulla bisbigliò con le lacrime agli occhi: “Mi racconti di più, la prego.”

 “Tuo padre era un artigiano e tua madre una filatrice, erano persone molto povere e umili che provavano gratitudine per le piccole gioie della vita. L’unica cosa che possedevano in abbondanza era il loro reciproco amore. La tua nascita rese la loro vita colma di felicità. Molti vennero a visitare la vostra casa e a portare dei doni, perché si diceva che la neonata fosse la bambina più bella del mondo. Un giorno, quando i tuoi genitori non erano in casa, ma c’ero io a custodirti, venne una vecchia a darti la sua benedizione. La vecchia disse di possedere una sostanza magica per farti diventare ancora più bella di quanto già non fossi, e io stoltamente acconsentii a fartela bere. Pochi giorni dopo ti sei ammalata gravemente, i tuoi genitori erano in preda alla disperazione più totale e io, che avevo compreso la causa della tua malattia, per viltà non raccontai a nessuno della visita della vecchia. Un giorno tuo padre si recò al ruscello vicino a casa per sfogare la propria tristezza in solitudine, quando incontrò una vecchia signora. La vecchia si mostrò interessata al dolore di tuo padre e si offrì di aiutarlo. Diede a tuo padre una soluzione magica per guarire la neonata e lui, ingenuo, prese immediatamente la boccetta. Ma la vecchia si raccomandò che tutta la famiglia bevesse la soluzione, perché solo in questo modo avrebbe avuto effetto. Tu, cara fanciulla, bevendo sei davvero guarita, ma sfortunatamente i tuoi genitori rimasero pietrificati e i loro cuori diventarono freddi come il ghiaccio. In questo modo la vecchia donna si impossessò di te. Ti rapì e ti condusse in terre lontane. Ma la vecchia non era consapevole della forza della bontà del tuo animo. Mentre stavate attraversando questa cittadina, tu ti eri svegliata e avevi cominciato a singhiozzare. I tuoi occhi erano luminosissimi, a tal punto che rischiararono il cielo blu di quella notte. La vecchia cercò di zittirti, ma le tue lacrime erano talmente pure che bruciarono la pelle della vecchia. La vecchia donna si smaterializzò e tu rimanesti da sola in questa cittadina.

Io mi misi subito in cammino, con la speranza che tu potessi liberare i tuoi genitori dal terribile incantesimo della vecchia.”

“Oh, miei poveri genitori, vi siete sacrificati per me… Partiamo subito! Devo trovarli!” – singhiozzò la fanciulla.

“Cara Safiria, io ormai sono troppo vecchio e stanco, non credo di avere le forze per affrontare un tale viaggio. Ti affido la mia anatra, ha una buona memoria e ti guiderà verso casa dei tuoi genitori. Addio” – il vecchio baciò la fanciulla e la congedò.

La ragazza, guidata dall’anatra, partì immediatamente. Camminò per molti giorni senza fermarsi. Attraversò foreste, campi innevati e fiumi. Era scalza, le scarpe da tempo si erano consumate e i suoi vestiti erano ridotti a stracci, non la proteggevano dal freddo, ma l’amore per i suoi genitori manteneva forte il suo spirito, pronto a superare ogni ostacolo lungo il cammino. Ormai sfinita, la fanciulla arrivò davanti a casa dei suoi genitori. Entrando in casa, li trovò immobili, seduti accanto a una culla. La fanciulla si precipitò ad abbracciarli.

“Caro padre, cara madre, mi avete donato la vita e poi avete dato la vostra vita per me… Vi voglio bene! Se solo sapessi come aiutarvi…” 

La ragazza piangeva, parlava e accarezzava in continuazione i visi dei suoi genitori. Era talmente disperata da non accorgersi che lentamente i loro cuori stavano riprendendo a battere grazie al calore delle sue carezze. Mentre i corpi intorpiditi si risvegliavano, le infinite lacrime cadute sul pavimento si stavano trasformando in mille pietre preziose.

Il vecchio falegname

Ilaria Barbero (2021)

C’era una volta, in un piccolo villaggio di montagna, una bambina. Era molto bella, aveva i capelli biondi come l’oro e gli occhi azzurri come il cielo. Un giorno i genitori della bambina ebbero un incidente mentre tornavano dal mercato e morirono. La zia della bambina arrivò al villaggio perché doveva essere la sua tutrice; la zia era una donna malvagia e vendicativa perché la madre della bambina le aveva rubato il marito anni prima. La zia portò la bambina nella foresta e la abbandonò. La bambina cominciò a piangere. Pianse molte lacrime e fu ascoltata da un nano che si prese cura di lei per tre giorni.
Un pomeriggio un falegname stava cercando della legna. Vide la bambina e le chiese cosa ci facesse lì da sola. Dopo aver ascoltato la storia, decise di prendere la bambina con sé perché era solo dopo la morte della moglie. I due ringraziarono il nano e partirono.

.

Dopo molti anni, la bambina divenne una bella ragazza e tutti i giovani del villaggio si innamorarono di lei. Il principe del regno si innamorò di lei e la sposò con il permesso del falegname.
La zia della ragazza si recò al castello dopo la scoperta del matrimonio perché voleva rivendicare il suo ruolo di tutrice. La principessa incontrò la zia solo tre giorni dopo, perché era ancora arrabbiata per il passato. La zia le spiegò il motivo del suo reato, che aveva commesso per rabbia nei confronti della sorella. La principessa, che aveva trovato il suo amore, capì la rabbia della zia. La principessa decise di perdonare la zia, ma non le permise di vivere nel castello. La zia tornò a casa sulle montagne. La principessa, il principe e il vecchio falegname vissero felici e contenti.